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l'orecchio a ciò che dicevano i generali.   
   «Credetemi,» disse il principe Dolgorukov, rivolgendosi a Bagration, «non si tratta che di un'astuzia; lui si è ritirato e ha ordinato di accendere fuochi nella retroguardia e di far chiasso per ingannarci.»   
   «Mi sembra improbabile,» rispose Bagration, «fino a ieri sera li ho visti su quell'altura; se fossero andati via, avrebbero sloggiato anche di lì. Signor ufficiale,» disse, rivolgendosi a Rostov, «sono ancora laggiù gli esploratori del nemico?»   
   «Ieri sera c'erano, ma adesso non so, eccellenza. Se lo comandate, andrò io con gli ussari,» disse Rostov.   
   Bagration si fermò; senza rispondere cercava di distinguere nella nebbia la faccia di Rostov.   
   «Bene, allora date un'occhiata,» disse, dopo un certo silenzio. «Sissignore.»   
   Rostov spronò il cavallo, chiamò il sottufficiale Fedèenko e altri due ussari, ordinò che lo seguissero e si avviò al trotto in direzione delle grida. Provava un senso di allegrezza e al tempo stesso di apprensione mentre si avviava da solo coi tre ussari laggiù, in quel misterioso e pericoloso spazio avvolto nella nebbia, dove nessuno era ancora stato prima di lui. Bagration gli gridò dall'altura di non andare oltre il torrente, ma Rostov fece finta di non aver udito le sue parole e senza fermarsi continuò a procedere prendendo continui abbagli, scambiando gli arbusti per alberi e le buche per uomini, e ogni volta accorgendosi del proprio errore. Nella valle vide davanti a sé qualcosa che sembrava un fiume, ma, quando vi giunse, riconobbe una strada maestra. Sbucando sulla strada fermò il cavallo, indeciso se seguirla, oppure attraversarla e inoltrarsi per il campo nero verso la collina. Seguire la strada

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