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fatto di pensare: «Forse è proprio la bandiera con la quale mi accadrà di marciare alla testa delle truppe.»   
   Verso il mattino, sulle alture la nebbia aveva lasciato solo un velo di brina che si andava trasformando in rugiada, mentre negli avvallamenti la fitta coltre si stendeva ancora come un mare di un latteo biancore. Nulla si poteva scorgere nell'avvallamento di sinistra, nel quale stavano scendendo le nostre truppe e donde giungeva il crepitio delle fucilate. Sopra le alture c'era un cielo sereno, intenso, e, a destra, l'enorme globo del sole. Davanti, in lontananza, sull'altra sponda di quel mare di nebbia, si vedevano emergere colline boscose, al sommo delle quali doveva trovarsi l'esercito nemico, donde si scorgeva qualcosa. A destra, stava entrando nella zona nebbiosa la Guardia, risonante di scalpitio e di ruote, e di tanto in tanto scintillante di baionette; a sinistra, al di là del villaggio, pari masse di cavalleria si avvicinavano e sparivano nel mare di nebbia. Davanti e dietro si muoveva la fanteria. Il comandante supremo stava fermo all'uscita del villaggio e guardava sfilare le truppe. Kutuzóv quella mattina era stanco e irascibile. La fanteria che gli passava davanti a un tratto si fermò senza averne ricevuto l'ordine: evidentemente perché qualcosa, più innanzi, l'aveva bloccata.   
   «Ma dite una buona volta che s'incolonnino per battaglioni e che girino intorno al villaggio,» disse rabbiosamente Kutuzov a un generale che gli si era accostato. «Come fate a non capire che non ci si può allungare così per questo défilé lungo la strada del villaggio quando stiamo marciando contro il nemico.»   
   «Pensavamo d'incolonnarci dopo il villaggio, eccellenza,» rispose il generale.   
   Kutuzov rispose con una risata biliosa.   

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