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non c'era una linea di tiratori. Il comandante del reggimento di punta fu molto sorpreso dell'ordine trasmessogli da parte del comandante supremo di appostare i tiratori. Il comandante del reggimento se ne stava lì, nell'assoluta convinzione che davanti a lui ci fossero altre truppe russe e che il nemico fosse ancora a non meno di dieci miglia di distanza. In effetti, davanti a lui non si vedeva nulla eccetto un terreno deserto in leggera discesa, avvolto nella nebbia. Dopo aver trasmesso l'ordine del comandante supremo di eseguire quanto si era trascurato di fare, il principe Andrej galoppò indietro. Kutuzov era sempre allo stesso posto e, rilassandosi senilmente con il suo grasso corpo sulla sella, sbadigliava in modo pesante chiudendo gli occhi. Le truppe non si erano ancora mosse, ma stavano con l'arma al piede.   
   «Bene, bene,» disse al principe Andrej; poi si rivolse a un generale il quale, reggendo l'orologio in mano, diceva che era tempo di muoversi, giacché tutte le colonne del fianco sinistro erano già discese.   
   «Faremo ancora in tempo, eccellenza,» disse Kutuzov sbadigliando. «Faremo in tempo!» ripeté.   
   In quel momento, dietro Kutuzov si udì in lontananza il vociare dei reggimenti che facevano il saluto, e queste voci cominciarono ad avvicinarsi rapidamente lungo tutta l'estensione della linea delle colonne russe che avanzavano. Evidentemente colui che salutavano si stava avvicinando al galoppo. Quando presero a gridare i soldati del reggimento davanti al quale stava Kutuzov, egli se ne allontanò un poco, e si guardò attorno accigliato. Sulla strada proveniente da Pratzen pareva si avvicinasse al galoppo un variopinto squadrone di cavalieri. Due di loro cavalcavano veloci, l'uno a fianco dell'altro, in testa a tutti. Uno indossava un'uniforme nera con il pennacchio bianco e montava un

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