Dolochov teneva per mano l'inglese e scandendo chiaramente le parole enunciava le condizioni della scommessa, rivolgendosi soprattutto ad Anatol' e a Pierre.
Dolochov era un uomo di media statura coi capelli ricciuti e chiari occhi azzurri. Era sui venticinque anni. Come tutti gli ufficiali di fanteria non portava baffi, e la sua bocca, che era il tratto più saliente del viso, era quindi del tutto scoperta. Le linee di quella bocca erano, nella loro sinuosità, di una singolare finezza. Il labbro superiore, al centro, si abbassava energicamente con un cuneo appuntito su quello inferiore che era assai forte; agli angoli aveva perennemente due sorrisi, uno per ciascuna parte; e tutto insieme, specialmente in combinazione con lo sguardo duro, sfrontato e intelligente, faceva una tale impressione che quel volto non poteva passare inosservato. Dolochov non era ricco e non aveva relazioni influenti. Ma sebbene Anatol' sperperasse decine di migliaia di rubli, Dolochov viveva con lui e aveva saputo porsi in una luce così favorevole che lo stesso Anatol' e tutti coloro che lo conoscevano lo tenevano in grande stima. Dolochov giocava a tutti i giochi e vinceva quasi sempre. Per quanto bevesse, non perdeva mai la sua lucidità. Sia Kuragin sia Dolochov erano, a quei tempi, personaggi ben noti nel mondo degli scapestrati e dei gaudenti di Pietroburgo.
Fu portata la bottiglia di rhum; due servitori palesemente confusi e intimiditi dagli ordini e dalle grida dei signori che li circondavano, stavano staccando dalla finestra l'intelaiatura dei vetri che impediva di mettersi a sedere fuori del davanzale.
Anatol' con la sua aria da dominatore si avvicinò alla finestra. Aveva voglia di fracassare qualcosa. Con uno spintone scostò i servitori e diede uno strattone al telaio, che però non cedette. Finì per frantumare un