domandandogli a che ora sono partiti,» pensò il principe Andrej, osservando quella sua vecchia conoscenza, con un sorriso che gli nacque spontaneo al ricordo della sua udienza. Nel seguito degli imperatori c'era un scelto gruppo di giovani ufficiali d'ordinanza, russi e austriaci, dei reggimenti della Guardia e dell'esercito. Fra di loro, scudieri di corte conducevano alla briglia i bei cavalli di riserva degli imperatori, con le loro gualdrappe ricamate.
Come quando attraverso una finestra spalancata entra all'improvviso in una stanza soffocante la fresca aria dei campi, così il poco ilare stato maggiore di Kutuzov con l'arrivo di quella brillante gioventù sopraggiunta al galoppo fu investito da una ventata di giovinezza, di energia e di fiducia nell'arridere del successo.
«Come mai non attaccate ancora, Michajl Larionoviè?» disse l'imperatore Alessandro rivolgendosi frettolosamente a Kutuzov e gettando al tempo stesso una cortese occhiata all'imperatore Franz.
«Aspetto, maestà,» rispose Kutuzov, piegandosi ossequiosamente in avanti.
L'imperatore tese l'orecchio, accigliandosi un poco e lasciando intendere di non aver capito bene.
«Aspetto, maestà,» ripeté Kutuzov (il principe Andrej osservò che, mentre egli diceva «aspetto», il labbro superiore di Kutuzov era scosso da un tremito innaturale). «Non si sono ancora concentrate tutte le colonne, maestà.»
L'imperatore aveva capito, ma evidentemente questa risposta non gli era giunta gradita; si strinse nelle spalle un po' curve e gettò un'occhiata a Novosil'cev che gli stava accanto come a lagnarsi con quell'occhiata di Kutuzov.