senza pastrano, in giubba e decorazioni e con un cappello dall'enorme pennacchio calzato sulle ventitrè dalla parte della coccarda, avanzò al galoppo e, salutando in modo baldanzoso, fermò di botto il cavallo davanti all'imperatore.
«Con l'aiuto di Dio, generale,» gli disse l'imperatore.
«Ma foi, sire, nous ferons ce qui sera dans notre possibilité, sire!» rispose lui gaiamente, suscitando tuttavia un ironico sorriso fra i signori del seguito dell'imperatore per la sua cattiva pronuncia del francese.
Miloradoviè girò bruscamente il suo cavallo e si pose un poco dietro l'imperatore. I soldati dell'Apšeron, eccitati dalla presenza del sovrano, sfilarono davanti agli imperatori e ai loro seguiti battendo il passo con andatura baldanzosa.
«Ragazzi!» gridò Miloradoviè con voce sonora, allegra e sicura di sé, evidentemente così eccitato dal rumore delle fucilate, dall'attesa della battaglia e dallo spettacolo dei baldi uomini dell'Apšeron, che già erano stati suoi compagni d'arme sotto Suvorov ed ora sfilavano davanti agli imperatori, da dimenticarsi della presenza del sovrano. «Ragazzi, non è il primo villaggio che voi conquistate!» gridò.
«Contenti di servire!» urlarono i soldati.
Il grido improvviso fece scartare il cavallo dell'imperatore. Quel cavallo, che il sovrano aveva cavalcato alle sfilate in Russia, ora, sul campo di Austerlitz, sopportava i colpi distratti del piede sinistro del suo cavaliere e rizzava le orecchie al rumore degli spari proprio come aveva fatto sul Campo di Marte, senza capire il significato né di quegli spari né della vicinanza dello stallone morello dell'imperatore Franz, né di tutto ciò che diceva, pensava, sentiva quel giorno colui che lo