li guardava; scrutava soltanto ciò che accadeva davanti a lui, nella batteria. Vide chiaramente una figura d'artigliere rosso di capelli, col chepì gettato su un orecchio, che tirava verso di sé uno scovolo mentre un soldato francese tentava di strapparglielo. Il principe Andrej riusciva già a scorgere chiaramente l'espressione smarrita e insieme rabbiosa di quei due uomini che evidentemente non capivano quello che facevano.
«Ma che cosa fanno?» pensava il principe Andrej, guardandoli. «Perché l'artigliere rosso non scappa, dal momento che è disarmato? E perché il francese non lo infilza? Non farà in tempo a scappare, che il francese si ricorderà di avere un fucile e lo infilzerà.»
In effetti c'era un altro francese che correva col fucile a bilanciarm verso i due contendenti, e il destino dell'artigliere rossiccio che non capiva ancora ciò che stava accadendo ed era riuscito a strappare con aria trionfante lo scovolo, dovette esser deciso. Ma il principe Andrej non poté vedere come andò a finire la cosa. Fu come se uno dei soldati lì vicini, o almeno così gli parve, lo colpisse a tutta forza sul capo con un robusto randello. Una cosa abbastanza dolorosa, ma soprattutto spiacevole, perché quel dolore lo distrasse impedendogli di vedere quello che stava guardando.
«Che cos'è? Sto cadendo? Le mie gambe si piegano...» pensò; e cadde supino. Spalancò gli occhi per cercar di vedere come si fosse conclusa la lotta dei francesi con gli artiglieri, e sapere se l'artigliere dai capelli rossi era stato ucciso o no, e se i cannoni erano stati catturati o messi in salvo. Ma non vide nulla. Sopra di lui non c'era già più nulla se non il cielo: un cielo alto, non limpido e tuttavia di un'altezza incommensurabile, con grige nuvole che vi fluttuavano silenziose. «Che silenzio, che calma, che solennità! Com'è tutto diverso da quando