«Potrete riferire a sua maestà,» disse Dolgorukov interrompendo in fretta Bagration.
Dopo essere smontato dal servizio di pattuglia, Rostov aveva potuto dormire qualche ora prima che facesse giorno, e ora si sentiva allegro, ardito, risoluto, con quell'elasticità di movimenti, quella certezza nella propria buona sorte e quella disposizione d'animo in cui tutto sembra facile, gioioso e possibile.
Quella mattina tutti i suoi desideri si realizzavano: era in corso una battaglia campale e lui vi prendeva parte; non solo, ma era ufficiale d'ordinanza del più valoroso dei generali; e per giunta veniva inviato con una missione da Kutuzov e, forse, dall'imperatore in persona. Il mattino era limpido, aveva un buon cavallo sotto di sé. Si sentiva l'anima allegra, felice. Ricevuto l'ordine, spronò il cavallo e partì al galoppo lungo la linea del fronte. Dapprima cavalcò lungo lo schieramento delle truppe di Bagration che non erano ancora entrate in combattimento e stavano immobili; poi sbucò nello spazio occupato dalla cavalleria del generale Uvarov e qui già notò degli spostamenti e altri indizi dei preparativi di combattimento. Oltrepassata la cavalleria di Uvarov, udì distintamente davanti a sé il crepitio delle fucilate e il tuonare dei cannoni. Il fuoco andava intensificandosi sempre più.
Nella fresca aria del mattino ormai non echeggiavano più come prima, a intervalli diseguali, due o tre fucilate e poi uno o due colpi di cannone; ma lungo i declivi delle colline davanti a Pratzen, risuonavano i colpi della fucileria alternati a cannonate così frequenti, che talvolta non si distinguevano l'una dall'altra, ma si fondevano in un unico rombo compatto.
Per quelle pendici si scorgevano i fiocchi di fumo delle fucilate