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   Aveva percorso qualche centinaio di passi, quando alla sua sinistra, tagliandogli la strada, su tutta l'estensione del campo apparve un'enorme massa di cavalieri su cavalli morelli, con bianche uniformi scintillanti, che venivano al trotto dritti verso di lui. Rostov lanciò il cavallo ventre a terra per togliersi dalla loro traiettoria, e li avrebbe evitati se questi avessero continuato a procedere alla stessa andatura; essi però acceleravano di continuo la loro corsa, e alcuni cavalli erano già spinti al galoppo. Rostov udiva sempre più distintamente il loro calpestio e il tintinnio delle armi e distingueva sempre più nitidi i cavalli, le figure, perfino i volti. Erano i nostri cavalieri della Guardia che muovevano alla carica contro la cavalleria francese che le stava lanciandosi contro.   
   I cavalieri della Guardia galoppavano, ma trattenevano ancora i cavalli. Rostov ne vedeva le fisionomie, udiva il comando «Carica!», pronunciato da un ufficiale che aveva lanciato il suo purosangue a briglia sciolta. Temendo di essere schiacciato o trascinato nella carica contro i francesi, Rostov galoppava lungo la linea con quanta forza aveva il suo cavallo, ma non riuscì a evitarli.   
   L'ultimo cavaliere della Guardia, un uomo butterato, di statura gigantesca, si accigliò rabbiosamente quando vide davanti a sé Rostov col quale inevitabilmente si sarebbe scontrato. Quel cavaliere avrebbe atterrato Rostov insieme col suo Beduin (Nikolaj si sentiva piccolo e debole in confronto a quegli uomini e a quegli enormi cavalli), se a Rostov non fosse venuta l'idea di agitare lo scudiscio davanti agli occhi del cavallo della Guardia. Il nero, pesante cavallo da un metro e settanta al garrese, s'impennò appiattendo le orecchie; ma il cavaliere butterato gli piantò d'impeto nei fianchi gli enormi speroni e la bestia, rizzando la coda e allungando il collo, galoppò via ancor più veloce. I cavalieri

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