della Guardia erano appena passati, quando Rostov udì il loro grido: «Urrà!» e, voltandosi, vide che le loro prime file si mischiavano con altri cavalieri, presumibilmente francesi, dalle spalline rosse. Poi non riuscì a veder più nulla, perché subito dopo i cannoni cominciarono a sparare e tutto fu avvolto dal fumo.
Nel momento in cui i cavalieri della Guardia, dopo averlo oltrepassato, si dileguarono, Rostov ebbe un momento di esitazione, e si chiese se dovesse galoppar dietro di loro o proseguire per andare dove doveva. Quella fu la splendida carica della cavalleria della Guardia che lasciò stupefatti gli stessi francesi. In seguito per Rostov fu terribile sentir dire che di tutti quegli uomini grandi, bellissimi, di tutti quei giovani ricchi e brillanti, ufficiali e junker, che gli erano passati davanti al galoppo, in sella a cavalli che valevano migliaia di rubli, dopo la carica non ne erano rimasti che diciotto.
«Che ho da invidiare? Verrà anche il mio momento, e forse fra pochi istanti vedrò l'imperatore!» pensò Rostov. E galoppò oltre.
Giunto all'altezza della fanteria della Guardia, notò che al di sopra e intorno a essa volavano le palle da cannone, e questo non tanto perché udisse il sibilo delle palle, quanto perché vide sulle facce dei soldati l'inquietudine e sulle facce degli ufficiali un'innaturale solennità guerresca.
Passandò dietro una delle linee dei reggimenti di fanteria della Guardia udì una voce chiamarlo per nome.
«Rostov!»
«Che c'è?» rispose lui, senza riconoscere Boris.
«Ma guarda un po', siamo capitati in prima linea! Il nostro reggimento è andato all'attacco!» disse Boris sorridendo di quel sorriso felice che