hanno di solito i giovani quando si sono trovati per la prima volta sulla linea del fuoco.
Rostov si fermò.
«Ebbene?» domandò.
«Li abbiamo respinti!» disse animatamente Boris, che si era fatto loquace. «Figurati un po'!»
E Boris si mise a raccontare come la Guardia, mentre era ferma al suo posto, avesse avvistato delle truppe e le avesse scambiate per austriache, e poi all'improvviso dalle cannonate che sparavano quelle truppe si fosse accorta di essere in prima linea e avesse dovuto entrare inaspettatamente in combattimento. Senza attendere che Boris terminasse il suo racconto, Rostov spronò il suo cavallo.
«Dove vai?» domandò Boris.
«Da sua maestà con una missione.»
«Eccolo!» disse Boris, al quale era parso di capire che Rostov cercasse «sua altezza», non l'imperatore in persona.
E gli indicò il granduca che a cento passi da loro, con l'elmo e la divisa dei cavalieri della Guardia, le spalle alzate e le sopracciglia aggrottate, stava gridando qualcosa a un bianco ufficiale austriaco pallido come un cencio.
«Ma quello è il granduca, mentre io devo andare dal comandante in capo oppure dall'imperatore,» disse Rostov, e già dava di sprone al cavallo.
«Conte, conte!» gridò Berg anche lui eccitato come Boris, accorrendo da un'altra direzione. «Conte, io sono stato ferito alla mano destra.» E così dicendo, mostrava la mano insanguinata avvolta in un fazzoletto. «Ma sono rimasto lo stesso in prima linea. Conte, tengo la sciabola con la sinistra; nella stirpe dei von Berg sono stati tutti cavalieri.»