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   Berg disse ancora qualche parola, ma Rostov era già lontano e non lo ascoltava.   
   Dopo aver superato la Guardia e un intervallo vuoto, Rostov, per non capitare di nuovo in prima linea come gli era accaduto al momento della carica della cavalleria, cavalcò lungo la linea delle riserve, aggirando alla larga la zona in cui si sentivano le cannonate e la sparatoria più forte. A un tratto, davanti a sé e dietro le nostre truppe, in un luogo in cui egli non avrebbe mai supposto che ci fosse il nemico, sentì vicinissimo un crepitare di fucileria.   
   «Che cosa significa ciò?» pensò Rostov. «Il nemico alle spalle delle nostre truppe? Non è possibile,» pensò ancora; ma improvvisamente l'assalì un'orribile paura per se stesso e per l'esito di tutta la battaglia. «Tuttavia, comunque stiano le cose, adesso non c'è più ragione di girare al largo,» pensò. «Io devo cercare il comandante supremo, e se tutto è perduto, è mio dovere perire insieme con gli altri.»   
   Il brutto presentimento che a un tratto l'aveva assalito era sempre più confermato via via che egli s'inoltrava nei campi situati dietro Pratzen: qui si ammassavano e si confondevano truppe di vario genere.   
   «Che vuol dire ciò? Che cosa succede? Su chi sparano? Chi spara?» chiedeva Rostov ogni qualvolta raggiungeva soldati austriaci e russi che fuggivano a frotte, mescolati, tagliandogli la strada.   
   «Lo sa il diavolo! Ci ha battuti tutti! Tutto è perduto!» gli rispondevano in russo, in tedesco e in ceco le folle dei fuggiaschi, i quali non capivano, come non capiva lui, ciò che stava accadendo.   
   «Dagli ai tedeschi!» gridò uno.   
   «Che il diavolo li porti! Traditori...»   
   «Zum Henker diese Russen...!» brontolò un tedesco.   

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