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villaggio; è là che si sono radunati tutti i capi,» disse lo stesso ufficiale indicando il villaggio di Gostieradek; e si allontanò.   
   Rostov cavalcava al passo, senza sapere perché e da chi dovesse andare, ormai. Adesso non era più possibile non credere. Cavalcava nella direzione che gli avevano indicata e nella quale si scorgevano in lontananza una torre e una chiesa. Perché affrettarsi? Che cosa poteva dire, adesso, all'imperatore o a Kutuzov, se mai essi erano vivi e non erano stati feriti?   
   «Vostra signoria deve andare per di qua, perché là verrebbe subito uccisa,» gli gridò un soldato. «Ammazzano!»   
   «Ma che dici!» disse un altro. «Dove vuoi che vada? Di là è più vicino.»   
   Rostov rimase un istante soprappensiero; poi si avviò nella direzione in cui gli avevano detto che ammazzavano.   
   «Adesso tutto è indifferente! Se l'imperatore è stato ferito, dovrei forse essere io a tirarmi indietro?» pensava. S'inoltrò per quel tratto di terreno dove in maggior numero erano periti coloro che fuggivano da Pratzen. I francesi non lo avevano ancora occupato, mentre i russi, quelli che erano rimasti vivi o feriti, l'avevano abbandonato da un pezzo. Sul terreno, come covoni su un buon campo mietuto, giacevano soldati morti o feriti in numero di dieci o quindici ogni ettaro. I feriti si trascinavano a gruppi di due, o di tre; si udivano i loro gemiti, le loro grida strazianti e talvolta, così almeno parve a Rostov, perfino simulate. Rostov mise il cavallo al trotto per sottrarsi alla vista di tutti quegli uomini sofferenti e fu preso dalla paura. Non temeva per la sua vita: temeva che gli mancasse il coraggio di cui aveva bisogno, e sapeva che non avrebbe resistito alla vista di quegli infelici.   

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