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   I francesi, che avevano smesso di tirare su quel terreno disseminato di morti e di feriti, perché ormai non c'era più nessuno da colpire, nel vedere quell'ufficiale che lo attraversava a cavallo, puntarono un cannone su di lui e spararono qualche colpo. La sensazione di quei terribili suoni sibilanti e i morti che lo circondavano si fusero per Rostov in un unico sentimento di terrore e di pietà per se stesso. Gli venne in mente l'ultima lettera della madre. «Che cosa proverebbe,» pensò, «se adesso mi vedesse qui, su questo campo, con i cannoni puntati su di me?»   
   Nel villaggio di Gostieradek erano raccolte le truppe russe ritiratesi dal campo di battaglia, anch'esse in disordine e tuttavia un poco meno scompaginate. Nel villaggio non arrivavano le cannonate francesi e i rumori della sparatoria sembravano lontani. Lì tutti ormai chiaramente vedevano e dicevano che la battaglia era persa. A chiunque Rostov si rivolgesse, nessuno sapeva dirgli dove si trovassero l'imperatore o Kutuzov. Certuni sostenevano che la voce del ferimento dell'imperatore era vera; altri la smentivano e spiegavano quella falsa voce con il fatto che nella carrozza del sovrano era passato al galoppo, proveniente dal campo di battaglia, il gran maresciallo di corte conte Tolstoj, pallido e sconvolto, il quale si era recato sul campo, al seguito dell'imperatore. Un ufficiale disse a Rostov di aver visto qualcuno dei capi in una località alle spalle del villaggio, sulla sinistra, e Rostov vi andò, sebbene ormai non sperasse più di trovare qualcuno, ma soltanto di mettersi la coscienza a posto. Dopo aver percorso circa tre miglia e oltrepassato le ultime truppe russe, Rostov vide due cavalieri davanti a un fosso che circondava un orto. Uno di essi, con il pennacchio bianco sull'elmo, gli parve stranamente noto; l'altro, il cavaliere sconosciuto, in sella a un magnifico cavallo sauro che gli pareva di avere già veduto,

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