si avvicinò al fosso, toccò i fianchi del cavallo con gli speroni e, allentando le briglie, saltò con leggerezza dentro l'orto. Un po' di terriccio franò dall'argine sotto gli zoccoli posteriori del cavallo. Girato bruscamente il cavallo, gli fece di nuovo superare il fosso in senso inverso e si rivolse in modo ossequioso al cavaliere con il pennacchio bianco, evidentemente proponendogli di fare la stessa cosa. Il cavaliere, la cui figura era parsa nota a Rostov e, chissà perché, aveva subito attratto la sua attenzione, fece un gesto di diniego col capo e con la mano; e da questo gesto Rostov riconobbe all'istante il suo imperatore adorato e pianto.
«Ma no, non può essere lui, in mezzo a questa campagna deserta,» pensò Rostov. In quel momento Alessandro volse il capo e Rostov vide quei lineamenti così vivamente impressi nella sua memoria. L'imperatore era pallido, le sue guance erano smunte, e gli occhi infossati; ma i suoi erano pervasi da un maggior fascino, da una maggior mitezza. Rostov era felice, ora che aveva modo di constatare come la voce del ferimento dell'imperatore non fosse vera. Sapeva che poteva, che anzi doveva rivolgersi direttamente a lui e riferire ciò che gli era stato ordinato di riferire da parte di Dolgorukov.
Ma come un giovane innamorato che, tremante e turbato, non osa ripetere ciò di cui è andato fantasticando durante la notte e si guarda attorno spaventato, cercando un soccorso o una possibilità di rinvio e di fuga, quando giunge l'attimo desiderato ed egli si trova a tu per tu con lei, così ora Rostov, nel momento in cui raggiungeva ciò che aveva desiderato più di ogni cosa al mondo, non sapeva come accostarsi all'imperatore e a lui si presentavano migliaia di considerazioni che gli facevano apparire la cosa sconveniente, inopportuna, impossibile.