per attirare l'attenzione. «Un momento, Kuragin; ascoltate. Se qualcun altro riuscirà a fare altrettanto, sarò io a pagare cento imperiali. Intesi?»
L'inglese annuì col capo senza lasciar capire se intendesse o no accettare quella nuova scommessa. Anatol' continuava a tenere l'inglese a quel modo, e sebbene quello annuendo desse a vedere che aveva capito tutto, gli andava traducendo in inglese le parole di Dolachov. Un ragazzo magrolino, ussaro della Guardia imperiale, che quella sera aveva perduto molto denaro, si arrampicò sulla finestra, si sporse e guardò in basso.
«Uh-uh!» esclamò, fissando il lastricato del marciapiede.
«Silenzio!» gridò Dolochov e scostò dalla finestra l'ufficiale che, impigliandosi con gli speroni, rientrò saltellando goffamente nella stanza.
Dopo aver posato la bottiglia sul davanzale per poterla raggiungere più comodamente, Dolochov, lento e cauto, si issò nel vano della finestra. Calate le gambe e appoggiatosi con le due mani ai bordi della finestra, prese le misure, si sedette, levò le mani, si spostò prima a destra, poi a sinistra e alla fine prese la bottiglia. Anatol' portò due candele e le collocò sul davanzale, sebbene ormai fosse giorno. La schiena di Dolochov con la camicia bianca e la testa di capelli ricciuti erano illuminate sui due lati. Tutti fecero ressa davanti alla finestra. L'inglese era in prima fila. Pierre sorrideva senza dir parola. Uno dei presenti, più anziano degli altri, con la faccia preoccupata e adirata, improvvisamente si fece avanti e fece per afferrare Dolochov per la camicia.
«Signori miei, queste sono pazzie; rischia di ammazzarsi,» disse quest'uomo più ragionevole.
Anatol' lo fermò.