«Non lo toccare; se lo spaventi, allora sì che si ammazzerà. E dopo che diresti?»
Dolochov si voltò, assestandosi a sedere e appoggiandosi di nuovo con le mani.
«Se qualcun altro prova ancora a intrufolarmisi accanto,» disse, sibilando le parole fra le labbra serrate e sottili, «lo prendo e lo scaravento di sotto. Dunque!...»
E pronunciato quel «Dunque!», si volse di nuovo, staccò le mani, prese la bottiglia e la portò alla bocca, rovesciando la testa all'indietro e proiettando in alto il braccio libero, come contrappeso. Uno dei servitori, che aveva cominciato a raccogliere i frantumi di vetro, sostò, curvo com'era, senza staccare gli occhi dalla finestra e dalla schiena di Dolochov. Anatol' stava ritto in piedi con gli occhi sbarrati. L'inglese, con le labbra sporte in avanti, guardava in tralice. Quello che aveva cercato di impedire quello spettacolo, si era rifugiato in un angolo della stanza buttandosi su un divano con la faccia rivolta verso il muro. Pierre si era coperto la faccia, sulla quale era rimasto un debole sorriso, sebbene ora il suo volto esprimesse raccapriccio e paura. Tutti tacevano. Pierre tolse le mani dagli occhi. Dolochov era sempre seduto nella stessa posizione; soltanto la testa s'era reclinata all'indietro, cosicché i capelli ricciuti della nuca toccavano il colletto della camicia, mentre la mano che impugnava la bottiglia si levava sempre più alta e vibrava nello sforzo. La bottiglia si andava visibilmente svuotando e al tempo stesso si sollevava, costringendo la testa a stare così riversa. «Possibile che ci voglia tanto?» pensava Pierre. Gli pareva che fosse passata più di mezz'ora. Improvvisamente Dolochov fece un movimento all'indietro con la schiena e il suo braccio fu percorso da un tremito nervoso che bastò a