Alle cinque di sera la battaglia era perduta su tutto lo schieramento. Pił di cento cannoni si trovavano gią in mano dei francesi.
Przebyszewski col suo corpo d'armata aveva deposto le armi. Le altre colonne, dopo aver perduta circa la metą degli uomini, si ritiravano in folle scompaginate e mescolate fra loro.
I resti delle truppe di Langeron e di Dochturov si accalcavano, fondendosi, intorno agli stagni, sulle dighe e sulle rive del villaggio di Auhest.
Alle sei di sera, soltanto presso la diga di Auhest si udiva ancora un intenso cannoneggiamento francese: i francesi avevano postato numerose batterie sui pendii delle alture di Pratzen e tiravano sulle nostre truppe che si stavano ritirando.
Alla retroguardia, Dochturov e altri avevano raggruppato alcuni battaglioni e rispondevano al fuoco della cavalleria francese che incalzava i nostri. Cominciava a imbrunire. Sulla stretta diga di Auhest, sulla quale per tanti anni se n'era stato pacificamente seduto il vecchio mugnaio con la berretta e la lenza, mentre il nipotino, con le maniche della camicia rimboccate, prendeva dal mastello l'argenteo pesce guizzante; su quella diga, sulla quale per tanti anni erano pacificamente transitati sui loro carri a due cavalli, carichi di frumento, i moravi dai berretti pelosi e dalle giubbe turchine, per poi ripassare dalla stessa diga, impolverati di farina, con i carri coperti di polvere bianca - su quella diga adesso, tra furgoni e cannoni, in mezzo a ruote di carri e ad alti cavalli, si affollavano uomini stravolti dal terrore della morte, premendosi a vicenda; e cadevano morti, calpestavano i morenti, si uccidevano fra loro o si fermavano per essere uccisi allo stesso modo dopo pochi passi.