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   Ogni dieci secondi, comprimendo l'aria, nel mezzo di quella calca si abbatteva una palla da cannone o scoppiava una granata, uccidendo e spruzzando di sangue i più vicini. Dolochov, che era ferito a un braccio e procedeva a piedi con una decina di uomini della sua compagnia (era già ufficiale), e il suo comandante a cavallo, erano tutto quanto restava del loro reggimento. Sospinti dalla moltitudine, essi si pigiavano all'imboccatura della diga e, premuti da ogni parte, si erano fermati perché davanti a loro era stramazzato un cavallo che trascinava un cannone e gli uomini cercavano di staccarlo e di risollevarlo. Una palla uccise qualcuno dietro di loro, un'altra si abbatté davanti e spruzzò Dolochov di sangue. La ressa si spinse disperatamente in avanti, premendosi, spostandosi di qualche passo; poi si arrestò nuovamente.   
   «Ancora cento passi e sono salvo; ancora un paio di minuti qui e di certo sono morto,» pensava ciascuno.   
   Dolochov, che era al centro della calca, si lanciò verso l'orlo della diga, atterrò due soldati e prese a correre sul ghiaccio sdrucciolevole che copriva lo stagno.   
   «Qua!» si mise a gridare, saltellando sul ghiaccio che scricchiolava sotto di lui, «qua!» gridava verso il cannone. «Regge!...»   
   Il ghiaccio reggeva, ma si piegava e scricchiolava, ed era evidente che non un cannone o quella moltitudine, ma il suo solo peso l'avrebbe spezzato da un momento all'altro. Gli altri lo guardavano e si pigiavano sulla riva, senza ancora decidersi a inoltrarsi sul ghiaccio. Il comandante del reggimento, che stava a cavallo presso l'entrata della diga, sollevò un braccio e spalancò la bocca rivolgendosi a Dolochov. All'improvviso una palla di cannone sibilò così bassa sulla folla che tutti si chinarono. Ci fu uno schianto su qualcosa di molle e il generale

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