Nataša, dopo aver tirato a sé la faccia di Nikolaj e averla coperta di baci, si staccò di botto da lui e, tenendosi attaccata a una falda della sua giubba, saltava come una capra, stando sempre nello stesso posto, e lanciava grida acute di giubilo. Da ogni parte c'erano occhi che luccicavano di gioia e d'amore, da ogni parte c'erano labbra che chiedevano un bacio.
Anche Sonja, rossa come un papavero, si teneva attaccata a un braccio di Nikolaj. Era raggiante e teneva lo sguardo beato fisso negli occhi di lui, attendendo un suo sguardo. Ella aveva già compiuto i sedici anni ed era molto bella, specie in quel momento di felice, estatica animazione. Fissava Nikolaj senza distoglierne gli occhi, sorridendo e trattenendo il respiro. Lui la guardava con riconoscenza, ma continuava ad aspettare, a cercare qualcuno. La vecchia contessa non era ancora apparsa. Ma ecco echeggiarono dei passi sulla soglia: così rapidi che non potevano essere i passi di sua madre.
Eppure era lei, con indosso un abito nuovo che egli non conosceva ancora, confezionato mentre lui era via. Tutti lo lasciarono ed egli corse verso di lei. Quando s'incontrarono, lei si lasciò cadere singhiozzando sul suo petto. Non riusciva a sollevare il viso e glielo premeva sui freddi alamari della giubba. Denisov, al quale nessuno aveva fatto caso quando era entrato nella stanza, se ne stava immobile a guardarli, e si asciugava gli occhi.
«Vasilij Denisov, amico di vostvo figlio,» disse, presentandosi al conte che lo guardava con espressione interrogativa.
«Siate il benvenuto. Sì, lo so, lo so,» disse il conte, baciando ed abbracciando Denisov. «Nikoluška ci aveva scritto... Nataša, Vera, eccolo: è Denisov.»