alzati!»
Rostov, stropicciandosi gli occhi appiccicosi, sollevò il capo arruffato dal guanciale caldo.
«Che cosa c'è? È tardi?»
«Sono quasi le dieci,» rispose la voce di Nataša. Nella stanza accanto si udì un fruscio di abiti inamidati, un bisbiglio e un ridere di voci fanciullesche; nella porta appena socchiusa balenò qualcosa d'azzurro: nastri, capelli neri e volti allegri. Erano Nataša, Sonja e Petja, venuti a vedere se non si fossero ancora alzati.
«Nikolen'ka, alzati!» disse di nuovo la voce di Nataša dietro la porta.
«Subito!»
In quel momento Petja, nella stanza attigua, aveva visto una sciabola, l'aveva afferrata e, con l'entusiasmo che provano i ragazzini alla vista del fratello maggiore sotto le armi, del tutto dimentico che per le sorelle non stava bene vedere degli uomini svestiti, aprì la porta.
«È la tua sciabola?» gridò.
Le ragazze fecero un balzo indietro. Denisov, con occhi spaventati, si affrettò a nascondere le gambe pelose sotto la coperta, voltandosi a guardare il compagno in cerca di soccorso. La porta lasciò passare Petja e si richiuse. Dietro la porta echeggiarono delle risate.
«Nikolen'ka, vieni fuori in veste da camera,» esclamò la voce di Nataša.
«È la tua sciabola?» domandò ancora Petja.» O la vostra?» disse rivolgendosi con reverente rispetto al nero e baffuto Denisov.
Nikolaj si infilò in fretta gli stivali, indossò la veste da camera e uscì dalla stanza. Nataša si era infilata uno stivale con lo sperone e