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stava calzando l'altro. Sonja in quel momento stava girando su se stessa per far gonfiare il vestito e poi accovacciarsi. Tutte e due avevano dei vestiti nuovi, azzurri, ed erano fresche, colorite, allegre. Sonja scappò via; Nataša prese il fratello sotto braccio e lo condusse nella stanza dei divani. Qui cominciarono a parlare. Non avevano nemmeno il tempo di porsi delle domande e di rispondere su mille inezie che potevano interessare soltanto loro. Nataša rideva a ogni parola che lui diceva o che diceva lei, non perché quello che dicevano facesse ridere, ma perché era felice e non riusciva a contenere quella sua gioia che si traduceva in ilarità.   
   «Ah, com'è bello, com'è stupendo!» diceva, a qualunque proposito. Rostov sentì che sotto l'influsso di quei caldi raggi d'amore, per la prima volta in un anno e mezzo la sua anima e il suo viso si aprivano a quel sorriso fanciullesco che non aveva più avuto nemmeno una volta da quando aveva lasciato casa sua.   
   «No, ascolta,» diceva lei, «tu adesso sei proprio del tutto un uomo? Sono terribilmente contenta che tu sia mio fratello.» Gli toccò i baffi. «Mi piacerebbe sapere come siete fatti, voi uomini. Siete come noi? No?»   
   «Perché Sonja è scappata?» domandò Nikolaj.   
   «Oh, è tutta una storia!... Dimmi, come parlerai a Sonja? Dandole del tu o del voi?»   
   «Come capiterà,» disse Nikolaj.   
   «Dalle del voi, ti prego. Ti spiegherò poi.»   
   «Ma perché?»   
   «Be', te lo dico subito. Lo sai che Sonja è mia amica: tanto amica che per lei mi sono bruciata un braccio.»   
   Sollevò la manica di mussolina, e sul braccino lungo e magro, su quel braccino tenero, verso la spalla, assai più su del gomito, mostrò una

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