cicatrice rossa; proprio nel punto che anche gli abiti da ballo tengono nascosto.
«Mi sono bruciata io, per darle una prova d'amore. Semplice: ho arroventato sul fuoco una riga di ferro e l'ho schiacciata lì.»
Seduto nella sua antica stanza da studio, sul divano con i cuscinetti ai braccioli, e guardando gli occhi straordinariamente vivi di Nataša, Rostov era rientrato in quel mondo familiare dell'infanzia, che non aveva alcun senso per nessuno, tranne per lui, ma che a lui procurava uno dei più grandi piaceri della vita; anche la bruciatura sul braccio con la riga, come prova d'amore, non gli sembrò inutile: capiva e non se ne meravigliò.
«Ebbene? Solo questo?» domandò.
«Ah, siamo così amiche, così amiche! Questo è nulla. Sono sciocchezze, queste con la riga; ma noi siamo amiche per sempre. Lei, se comincia ad amare qualcuno, è per sempre. Io però questo non lo capisco, me ne dimentico subito.»
«Ebbene?»
«Così lei vuol bene a me e anche a te.» Nataša a un tratto arrossì. «Ti ricordi, prima della tua partenza... lei dice che tu devi dimenticare tutto... Ha detto: io lo amerò sempre, ma lui deve considerarsi libero. Non ti pare una cosa meravigliosa, una cosa veramente nobile? Sì, è molto nobile, vero?»
Nataša parlava in tono grave e commosso; si capiva che quanto diceva ora l'aveva già detto poco prima fra le lacrime. Nikolaj rifletteva.
«Io non ritiro per niente la mia parola,» disse. «E poi Sonja è un tesoro... quale uomo può essere così stupido da rinunciare alla propria felicità?»