si era presentato senz'altro in casa sua e Pierre gli aveva dato alloggio e del denaro in prestito. Pierre rammentava il sorriso col quale Hélène aveva espresso il suo disappunto per il fatto che Dolochov abitasse in casa loro, come Dolochov gli avesse cinicamente lodato la bellezza della moglie e come da quel momento fino all'arrivo a Mosca egli non si fosse più staccato un solo momento da loro.
«Sì, è molto bello Dolochov,» pensava Pierre. «Io lo conosco bene. So che lui troverebbe un piacere tutto speciale nel disonorare il mio nome e ridere di me, proprio perché io mi sono occupato di lui, l'ho protetto, l'ho aiutato. Sì, capisco quale sapore tutto questo avrebbe aggiunto al suo inganno se tutto ciò fosse vero. Sì, se questa fosse la verità; ma io non ci credo, non ne ho il diritto, non posso crederlo.» Si ricordò dell'espressione che assumeva la faccia di Dolochov nei momenti di ferocia, come quando aveva legato il commissario di polizia alla schiena dell'orso e lo aveva scaraventato in acqua, o quando sfidava a duello una persona senza alcun motivo, oppure uccideva con una revolverata il cavallo di un postiglione. Quell'espressione appariva sovente sulla faccia di Dolochov, quando guardava Pierre. «Sì, è un bretteur,» pensava Pierre; «per lui uccidere un uomo non ha alcun significato; è certo convinto che tutti abbiano paura di lui e questo deve riempirlo di soddisfazione. Senza dubbio pensa che anch'io ne ho paura. In effetti, ho paura,» pensava Pierre. Poi, di nuovo, sull'orma di questi pensieri sentiva qualcosa di mostruoso nascergli dentro l'anima.
Dolochov, Denisov e Rostov erano adesso seduti di fronte a Pierre e sembravano molto allegri. Rostov chiacchierava gaiamente con i suoi due amici, uno dei quali era un ussaro temerario, l'altro un noto bretteur e scavezzacollo, e di tanto in tanto sbirciava con espressione ironica