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cantata di Kutuzov, posò il foglio davanti a Pierre come ospite di maggior riguardo. Egli avrebbe voluto prenderlo, ma Dolochov si piegò sopra la tavola, glielo strappò di mano e si mise a leggerlo. Pierre lanciò un'occhiata a Dolochov, le sue pupille si abbassarono: quel qualcosa di orribile e di mostruoso, che lo aveva torturato durante tutto il pranzo, si sollevò e si impossessò di lui. Egli si curvò sulla tavola con tutto il suo grosso corpo.   
   «Non abbiate l'ardire di prenderlo!» gridò.   
   Udendo quel grido e vedendo a chi era rivolto, Nesvickij e il vicino di destra subito si rivolsero spaventati a Bezuchov.   
   «Basta, basta, che fate?» mormorarono alcune voci spaventate. Dolochov guardò Pierre con un sorriso negli occhi chiari, allegri e crudeli, come se dicesse: «Ma sì, è proprio questo che mi dà gusto.»   
   «Non ve lo do,» proferì nettamente.   
   Pallido, con le labbra tremanti, Pierre gli strappò il foglio.   
   «Voi... voi... siete un mascalzone!... Io vi sfido,» disse; e scostando la sedia si alzò da tavola. Nello stesso istante in cui Pierre faceva quel gesto e pronunciava quelle parole, sentì che il problema della presunta colpevolezza di sua moglie - quel dilemma che lo aveva torturato nelle ultime ventiquattro ore - era definitivamente e indubitabilmente deciso in modo affermativo. Egli la odiava, ed era ormai per sempre disgiunto da lei. Nonostante Denisov lo scongiurasse di non immischiarsi in quella faccenda, Rostov accettò di essere il padrino di Dolochov, e dopo il pranzo trattò con Nesvickij, padrino di Bezuchov, le condizioni del duello. Pierre andò a casa, mentre Rostov, insieme a Dolochov e a Denisov, rimase fino a sera tarda al Club, ad ascoltare gli zigani e i cantori.   
   «A domani, allora, al bosco di Sokol'niki,» disse Dolochov congedandosi

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