da Rostov sulla scaletta d'ingresso del Club.
«E tu sei tranquillo?» domandò Rostov.
Dolochov si fermò.
«Ecco,» disse, «in due parole ti svelerò il segreto dei duelli. Se tu vai a un duello e prima fai testamento e scrivi lettere commoventi ai genitori, se temi che ti possano ammazzare, sei un idiota e sicuramente sei spacciato; se invece vai con la ferma intenzione di uccidere senza indugio il tuo avversario, allora tutto va per il meglio. Come mi diceva un cacciatore d'orsi laggiù da noi, a Kostroma: l'orso, diceva, come si fa a non temerlo? Ma, appena lo vedi, la paura è bell'e passata e ciò che conta è che non se la svigni! Bene, e così anch'io. A demain, mon cher!»
Il giorno dopo, alle otto del mattino, Pierre e Nesvickij giunsero al bosco di Sokol'niki e vi trovarono Dolochov, Denisov e Rostov che li avevano preceduti. Pierre aveva l'aria di una persona occupata in chissà quali considerazioni che non riguardavano affatto ciò che doveva accadere. Il suo volto, disfatto, era giallognolo. Era evidente che quella notte non aveva dormito. Si guardava attorno distrattamente e strizzava gli occhi come sotto un sole troppo forte. Due pensieri dominavano la sua mente: la colpevolezza di sua moglie, sulla quale, dopo quella notte insonne, non gli restava più alcun dubbio, e l'innocenza di Dolochov, il quale non aveva motivo di rispettare l'onore di un uomo che gli era del tutto estraneo. «Forse, al suo posto, avrei fatto anch'io lo stesso,» pensava Pierre. «Anzi, ne sono certo: a che serve questo duello, questo assassinio? O lo uccido io, oppure sarà lui a colpirmi alla testa, a un gomito, a un ginocchio.» Un'idea gli passò per la mente: andarsene via di qui, scappare, nascondersi in qualche posto. Ma proprio nello stesso istante in cui gli venivano in mente idee simili, con un'espressione del