tutto tranquilla e distaccata che suscitava il rispetto degli astanti, egli domandò: «Si farà presto? Siamo pronti?»
Quando tutto fu pronto, le sciabole piantate nella neve a indicare il limite che non si doveva superare e le pistole cariche, Nesvickij si accostò a Pierre.
«Non eseguirei il mio dovere, conte,» disse egli con voce timida, «e non giustificherei la fiducia e l'onore che mi avete fatto scegliendomi come vostro padrino, se in questo grave, gravissimo momento, non vi esprimessi francamente la mia opinione. Io ritengo che questo scontro non poggi su motivi sufficienti e non meriti che per esso si sparga del sangue... Voi avevate torto; vi eravate scaldato...»
«Sì, sì, è stata una cosa assolutamente stupida...» disse Pierre.
«Permettetemi dunque di trasmettere il vostro rammarico e sono sicuro che i nostri avversari acconsentiranno ad accogliere le vostre scuse,» disse Nesvickij, ancora non credendo - come le altre persone coinvolte nella faccenda e come del resto tutti in simili circostanze - che la cosa fosse realmente giunta al limite del duello. «Voi lo sapete, conte: è assai più nobile riconoscere un proprio errore che non spingere le cose fino all'irreparabile. Non c'è stata offesa da nessuna delle due parti. Permettetemi di spiegare...»
«Ma no, che cosa volete spiegare?» disse Pierre.
«Tanto è lo stesso... Allora, siamo pronti?» aggiunse.
«Ditemi soltanto come e dove andare, e dove debbo sparare,» disse, con un sorriso dolce e innaturale.
Pierre prese la pistola fra le mani e cominciò a far domande sul modo di far scattare il grilletto, giacché fino allora non aveva mai maneggiato una pistola, cosa che non osava confessare.