locale in cui il vecchio conte Bezuchov era morto.
Si sdraiò sul divano e avrebbe voluto addormentarsi per dimenticare tutto ciò che gli era accaduto, ma non ci riuscì. All'improvviso nell'anima gli si era sollevata una tale tempesta di sentimenti, di pensieri e di ricordi, che non soltanto non riusciva a prender sonno, ma nemmeno poteva restar fermo, e dovette saltar giù dal divano e mettersi a camminare a passi rapidi su e giù per la stanza. Ora lei gli si presentava com'era nei primi tempi dopo il matrimonio, con le spalle nude e lo sguardo languido e appassionato, e subito, accanto a lei, sorgeva il bel volto sfrontato, duro e beffardo di Dolochov, tremante e sofferente come nel momento in cui egli si era girato su se stesso ed era caduto nella neve.
«Cos'è accaduto, dunque?» si domandava. «Io ho ucciso l'amante, sì, l'amante di mia moglie. Sì, è accaduto proprio questo. Ma perché? Come ho fatto ad arrivare a tanto?» «Perché ti sei sposato con lei,» gli rispondeva una voce interna.
«Ma qual è la mia colpa?» domandava lui. «Quella di averla sposata senza esserne innamorato, di aver ingannato me stesso e lei!» E gli si presentava al vivo quel momento, dopo la cena in casa del principe Vasilij, quando aveva pronunciato quelle parole che non riuscivano a uscirgli di bocca: «Je vous aime.» Tutto veniva da lì! «Anche allora io lo sentivo,» continuava a pensare, «lo sentivo che era tutto sbagliato, che io non avevo il diritto a quelle parole. Ed ecco le conseguenze.»
Gli venne alla mente la luna di miele e a quel ricordo arrossì. Ma particolarmente vivo, motivo di offesa e di vergogna era per lui il ricordo di come una volta, poco dopo il suo matrimonio, verso mezzogiorno fosse entrato in vestaglia di seta dalla camera da letto nello studio e