all'impulso di alzarsi, di muoversi, di fracassare tutto ciò che gli capitava sotto mano.
«Perché le ho detto: Je vous aime?» continuava a ripetersi. Si pose per la decima volta quella domanda e gli venne in mente quella battuta di Molière: Mais que diable allait-il faire dans cette galère? Pierre rise di se stesso.
Durante la notte chiamò il cameriere e gli ordinò di preparare i bagagli: intendeva partire subito per Pietroburgo. Non poteva restare con lei sotto lo stesso tetto. Non riusciva a immaginarsi come ora avrebbe potuto rivolgerle la parola. Decise che sarebbe partito l'indomani e le avrebbe lasciato una lettera per parteciparle la sua intenzione di separarsi da lei per sempre.
Al mattino, quando il cameriere entrò nello studio per portargli il caffè, Pierre era sdraiato sull'ottomana e dormiva, con un libro aperto in mano.
Si destò e si guardò a lungo intorno con aria spaventata, incapace di comprendere dove si trovasse.
«La signora contessa ha ordinato di chiedere se vostra eccellenza era in casa,» disse il cameriere.
Ma Pierre non fece in tempo a decidere la risposta, che la contessa in persona, in una bianca vestaglia di raso ricamata d'argento e pettinata con molta semplicità (due enormi trecce en diadème giravano due volte intorno alla sua testa leggiadra) entrò nella stanza con aria calma e maestosa; solo la fronte marmorea e leggermente convessa era solcata da una ruga di collera. Con quella solita calma a tutta prova, evitò di parlare in presenza del cameriere. Aveva saputo del duello ed era venuta per parlare di questo. Attese che il cameriere posasse il vassoio col