corridoio. Alcune donne andavano e venivano, a passi silenziosi, voltandosi a guardare la principessina e poi distogliendone lo sguardo. Lei non osava far domande; chiudeva la porta, tornava in camera sua e sedeva nella sua poltrona, oppure prendeva il libro di preghiere o si inginocchiava davanti al kiot. Purtroppo, e con suo stupore, sentiva che le preghiere non placavano la sua agitazione. A un tratto la porta della camera si aprě silenziosamente e sulla soglia comparve la sua vecchia njanja Praskov'ja Savišna, con la testa avvolta in un fazzoletto, che quasi mai (in seguito a una proibizione del principe) entrava nella stanza della principessina.
«Sono venuta a passare un momento con te, Mašen'ka,» disse la njanja; «e poi, ecco: ho portato i ceri delle nozze del principe per accenderli davanti alle sante icone, angelo mio,» disse ancora con un sospiro.
«Ah, come sono contenta, balia cara.»
«Dio č misericordioso, colombella mia.»
La njanja accese davanti al kiot i ceri ornati di filigrana d'oro e sedette a far la calza vicino alla porta. La principessina Marja prese un libro e si mise a leggere. Solo quando si udivano dei passi o delle voci, la principessina e la njanja si scambiavano un'occhiata, la prima in modo spaventato e interrogativo, la seconda in modo tranquillizzante. Da un capo all'altro della casa era diffuso e dominava su tutti lo stesso sentimento che provava la principessina Mar'ja seduta nella sua stanza. Cedendo alla credenza che quanto meno numerose sono le persone a sapere che una partoriente ha le doglie, tanto meno ella soffre, tutti fingevano di non sapere nulla, nessuno ne parlava; ma in tutti, al di sotto dei modi posati e rispettosi, dell'abitudine alle buone maniere instaurata dal principe in casa sua, si avvertiva un'ansia comune, una sorta di tenerezza