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e la convinzione che in quei momenti si compiva qualcosa di grande e d'incomprensibile.   
   Nella grande stanza delle cameriere non si udiva alcun suono di risate. Nell'office tutti erano seduti e tacevano come in attesa di qualcosa. Nei quartieri dei domestici ardevano torce e candele; nessuno dormiva. Il vecchio principe camminava nel suo studio appoggiando il piede sul calcagno e mandò Tichon da Mar'ja Bogdanovna per domandare come andassero le cose.   
   «Devi dire soltanto che il principe manda a domandare come va, poi vieni a riferirmi quello che ti verrà risposto.»   
   «Riferisci al principe che il parto è cominciato,» disse Mar'ja Bogdanovna, dopo aver guardato il messo in modo significativo. Tichon tornò dal principe a riferire.   
   «Bene,» disse il principe, chiudendo la porta dietro di sé. E da quel momento Tichon non udì più il minimo rumore nello studio.   
   Dopo aver atteso un poco, Tichon entrò nello studio come se avesse voluto rimettere in ordine le candele. Notando che il principe era sdraiato sul divano, Tichon lo guardò: vide la sua faccia alterata, scosse il capo, gli si avvicinò in silenzio, e datogli un bacio sulla spalla, uscì senza mettere in ordine le candele e senza dire perché fosse entrato. Il più solenne mistero che ci sia al mondo continuava a compiersi. Trascorse la sera, sopravvenne la notte. E quel senso di attesa e d'intenerimento al cospetto dell'incomprensibile non diminuiva, ma si faceva più intenso. Nessuno andò a dormire.   
   Era una di quelle notti di marzo in cui l'inverno sembra voler riprendere il sopravvento e rovescia con furia disperata le ultime nevi, le ultime tempeste. Incontro al dottore tedesco di Mosca, che era atteso

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