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sareste rivolto prima a me. In tal caso non mi avreste messa nella necessità di rispondervi con un rifiuto.»   
   «Contessa...» disse Denisov con gli occhi bassi e l'aria colpevole. Avrebbe voluto aggiungere qualcosa, ma si confuse.   
   Nataša non poteva sopportare di vederlo in uno stato così pietoso e cominciò a singhiozzare forte.   
   «Contessa, io sono in tovto vevso di voi,» proseguì Denisov con voce rotta, «ma sappiate che io adovo a tal punto vostva figlia e tutta la vostva famiglia che davei due vite...» Guardò la contessa, vide la sua espressione severa. «Ebbene, addio, contessa,» disse. Le baciò la mano, e senza guardare Nataša uscì dalla stanza a passi rapidi e decisi.   
   
   Il giorno dopo Rostov si congedò da Denisov che non voleva trattenersi un giorno di più a Mosca. Per la sua partenza gli amici moscoviti organizzarono una serata in un ritrovo di zigani, ed egli non ricordò poi come l'avessero adagiato su una slitta e come avesse viaggiato nel corso delle prime tre tappe.   
   Dopo la partenza di Denisov, in attesa del denaro che il vecchio conte non era in grado di procurarsi in una volta sola, Nikolaj trascorse ancora due settimane a Mosca senza uscire di casa e stando quasi sempre nelle stanze delle ragazze.   
   Sonja era con lui più tenera e più devota di prima. Pareva volergli mostrare che quella perdita al gioco era stata un atto eroico per il quale ella adesso lo amava ancor più di prima; ma ora Nikolaj si considerava indegno di lei.   
   In quei giorni riempì gli album delle ragazze di versi e di note; alla fine, dopo aver mandato l'intera somma di quarantatremila rubli a Dolochov

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