aver bisogno e in che modo tutti costoro potessero vivere senza aver dovuto risolvere i problemi che lo impegnavano. Egli era dominato da quei pensieri fin dal giorno in cui, dopo il duello, era tornato da Sokol'niki e aveva trascorso la prima tormentosa notte insonne; senonché ora, nell'isolamento del viaggio, essi si erano impossessati di lui con particolare intensità. A qualunque cosa cominciasse a pensare, sempre tornava agli stessi problemi che non poteva risolvere e non poteva cessare di porsi. Era come se nella sua testa si fosse spanata quella vite essenziale sulla quale si reggeva l'intera sua esistenza. La vite non entrava né usciva più di tanto, ma girava a vuoto, senza far presa, sempre nello stesso foro, né egli poteva smettere di farla girare.
Entrò il mastro di posta e umilmente pregò sua eccellenza di attendere ancora solo un paio di orette, dopo di che, qualunque cosa fosse accaduta, lui avrebbe accordato i cavalli destinati ai corrieri. Era palese che il mastro mentiva e voleva semplicemente ottenere dei soldi in più dal viaggiatore.
«È un male, questo, o un bene?» si domandava Pierre. «Per me è un bene, per un altro viaggiatore un male; e per lui è inevitabile, perché non ha da mangiare. Ha detto che un ufficiale l'ha picchiato per una cosa del genere. E l'ufficiale l'ha picchiato perché aveva bisogno di viaggiare più in fretta. E io ho sparato su Dolochov, perché mi ritenevo offeso. E Luigi XVI è stato giustiziato perché lo ritenevano un criminale, e un anno dopo hanno ucciso quelli che l'avevano giustiziato, anche loro per qualche ragione. Che cosa è male? Che cosa è bene? Che cosa bisogna amare, che cosa odiare? Per quale ragione dobbiamo vivere? E io che cosa sono? Che cos'è la vita? Che cos'è la morte? Quale forza guida tutto?» si domandava Pierre. E non trovava risposta ad alcuno di questi interrogativi, tranne