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dello statuto, che gli restarono impresse nella memoria.   
   «Nei nostri templi non conosciamo altri ranghi,» leggeva il gran maestro, «se non quelli dati dalla virtù e dal vizio. Guardati dall'operare qualsiasi differenza che possa violare l'eguaglianza. Vola in aiuto del fratello, chiunque egli sia; ammaestra chi sbaglia; risolleva chi cade e non nutrire mai ira o inimicizia contro il fratello. Sii affabile e ospitale. Desta in tutti i cuori il fuoco della virtù. Condividi la felicità del prossimo tuo e mai l'invidia offuschi questa pura gioia. Perdona il tuo nemico, non vendicarti di lui se non, forse, facendogli del bene. Adempiendo in tal modo alla legge suprema, tu ritroverai le tracce della grandezza antica da te perduta,» concluse. Poi si alzò in piedi, abbracciò Pierre e lo baciò.   
   Pierre si guardava attorno con gli occhi colmi di lacrime di gioia e non sapeva con quali parole rispondere alle congratulazioni e alle proteste di antica conoscenza di chi lo circondava. Egli non ammetteva nessuna vecchia conoscenza; in tutte quelle persone ravvisava soltanto dei fratelli coi quali ardeva dall'impazienza di mettersi all'opera.   
   Il gran maestro batté un colpo di martello; tutti sedettero ai loro posti, e uno lesse un sermone sulla necessità di essere umili.   
   Il gran maestro propose di adempiere all'ultima formalità, e l'importante dignitario, che aveva la qualifica di elemosiniere, si mise a fare il giro dei fratelli. Pierre avrebbe voluto segnare sulla lista delle elemosine tutti i soldi che possedeva, ma temeva, con ciò, di mostrare orgoglio, cosicché segnò né più né meno quanto avevano segnato gli altri.   
   La seduta si concluse e, tornando a casa, Pierre ebbe l'impressione di rientrare da chissà quale lungo viaggio, nel quale aveva trascorso decine di anni; era profondamente mutato e si era staccato dal suo precedente

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