La stanza era arredata con un lettino da bimbo, due bauli, due poltrone, una tavola, un tavolino e la piccola seggiola infantile sulla quale sedeva il principe Andrej. Le finestre avevano le tende tirate e sulla tavola ardeva una candela mascherata da un fascicolo di musica rilegato, in modo che la luce non piovesse sul lettino.
«Caro,» disse la principessina Mar'ja, rivolgendosi al fratello dal lettino accanto al quale si trovava, «è meglio aspettare... più tardi...»
«Ah... fammi il piacere, tu dici sempre delle sciocchezze; hai già aspettato fin troppo, ed ecco che cos'hai ottenuto,» disse il principe Andrej con un bisbiglio adirato, evidentemente desiderando ferire la sorella.
«No, caro, credimi: è meglio non svegliarlo; si è addormentato,» disse la principessina con voce supplichevole.
Il principe Andrej si alzò e in punta di piedi si avvicinò al lettino con il bicchiere in mano.
«Già, forse è meglio non svegliarlo?» disse lui indeciso.
«Fa' come vuoi; sì... io credo che... ma fa' come vuoi tu,» disse la principessina Mar'ja, intimidita e confusa per il fatto che la sua opinione fosse prevalsa. E indicò al fratello la ragazza che lo chiamava con un sussurro.
Era la seconda notte che entrambi non dormivano per assistere il bambino, arso dalla febbre. In quelle quarantotto ore, poiché non avevano fiducia nel medico di casa e in attesa di quello che era stato mandato a chiamare in città, erano ricorsi di continuo ora a un rimedio ora a un altro. Preoccupati e spossati dall'insonnia, scaricavano il loro dolore l'uno sull'altro, bisticciando e rimproverandosi a vicenda.
«C'è Petruša con certe carte da parte di vostro padre,» mormorò la