ragazza.
Il principe Andrej uscì.
«Be', che cosa c'è?» domandò con voce adirata. Ascoltò le istruzioni verbali che suo padre gli inviava, poi prese la lettera e i plichi che gli venivano porti e ritornò nella stanza del bambino.
«Allora, come va?» domandò.
«Sempre lo stesso, aspetta per amor di Dio. Karl Ivanyè dice sempre che il sonno è la cosa più preziosa,» mormorò con un sospiro la principessina Mar'ja.
Il principe Andrej si avvicinò al bambino e lo toccò. Scottava.
«Levatevi di mezzo, voi e il vostro Karl Ivanyè!» Prese il bicchiere con le gocce che vi aveva versato e si avvicinò di nuovo al bimbo.
«André, non dobbiamo!» esclamò la principessina Mar'ja.
Ma il principe Andrej aggrottò le sopracciglia e con un'espressione mista di collera e di sofferenza si chinò sul bambino.
«Io voglio così, invece,» disse. «Suvvia, ti prego, dagliela tu stessa.»
La principessina Mar'ja si strinse nelle spalle; prese docilmente il bicchiere, chiamò la njanja e si accinse a somministrare la medicina. Il bambino cominciò a strillare e a soffocare. Il principe Andrej, contraendo il viso in una smorfia, si prese la testa fra le mani, uscì dalla camera e andò a sedere su un divano nella stanza accanto.
Aveva ancora le lettere tra le mani. Le aprì macchinalmente e prese a leggere. Il vecchio principe, servendosi di una carta turchina, aveva scritto quanto segue con la sua grossa calligrafia allungata, usando qua e là delle abbreviazioni:
«Ho ricevuto in questo momento un'assai lieta notizia per mezzo del