le faceva progredire di un passo. Sentiva che il suo «occuparsene» procedeva indipendentemente da esse, che non in esse s'ingranava né le faceva muovere. Da un lato l'amministratore presentava tutti i problemi nella luce peggiore, mostrando a Pierre la necessità di pagare i debiti e di avviare nuovi lavori ricorrendo ai contadini servi della gleba, cosa alla quale Pierre non acconsentiva; dall'altro Pierre chiedeva che si procedesse all'opera di emancipazione, al che l'amministratore capo opponeva innanzitutto l'esigenza di pagare prima il debito al Consiglio di tutela poi l'impossibilità di una rapida attuazione del provvedimento.
L'amministratore non sosteneva che questo proposito fosse assolutamente inattuabile; in tal senso proponeva la vendita dei boschi della provincia di Kostroma, delle terre del basso Volga e del possedimento di Crimea. Ma queste operazioni, nei discorsi dell'intendente, erano legate a procedure così complesse - cancellazioni di ipoteche, sollecitazioni, autorizzazioni eccetera - che Pierre si smarriva e si limitava a rispondere: «Certo, certo, fate senz'altro così.»
Pierre non aveva quell'aderenza alle cose pratiche che gli avrebbe permesso di applicarsi in modo fruttuoso agli affari; essi perciò non lo attraevano ed egli fingeva solo di interessarvisi agli occhi dell'amministratore. Da parte sua l'amministratore fingeva di mostrare, di fronte al conte, che egli considerava quell'interessamento come assai utile per il padrone e molto ingrato per sé.
In una grande città come quella, Pierre trovò subito dei conoscenti; molte persone si affrettarono ad avvicinarsi e ad accogliere festosamente il nuovo venuto, l'uomo più ricco, il maggior proprietario della provincia. Anche le tentazioni riguardo alla principale debolezza di Pierre, quella che aveva confessato al momento dell'ammissione alla