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cominciato a vivere, o per lo meno mi sforzo di vivere,» si corresse per modestia Pierre, «per gli altri; solo adesso ho compreso tutta la felicità della vita. No, io non sono d'accordo con voi, ma nemmeno voi credete veramente a ciò che dite.»   
   Il principe Andrej guardava Pierre in silenzio e sorrideva ironico.   
   «Conoscerai mia sorella, la principessina Mar'ja. Ecco, con lei ti troverai d'accordo,» disse. «Può darsi che ciò che dici valga per te,» proseguì dopo un breve silenzio, «ma ognuno vive a modo suo; tu vivevi per te stesso e dici che in tal modo per poco non rovinavi la tua esistenza, e che hai conosciuto la felicità solo quando hai cominciato a vivere per gli altri. Io invece ho sperimentato il contrario. Io vivevo per la gloria. (Ma che cos'è, in fondo, la gloria? Sempre lo stesso amore per gli altri, il desiderio di far qualcosa per loro, il desiderio di esserne lodato.) Dunque ho vissuto per gli altri e ho rovinato la mia vita, non in parte, ma del tutto. Da quando vivo solo per me stesso mi sento più tranquillo.»   
   «Ma come si può vivere solo per se stessi?» domandò Pierre accalorandosi. «E tuo figlio, tua sorella, tuo padre?»   
   «Ma loro sono pur sempre me stesso, loro non sono gli altri,» rispose il principe Andrej. «Gli altri, invece, le prochain, come lo chiami tu, come lo chiama la principessina Mar'ja, sono la fonte principale dell'errore e del male. Le prochain sono i tuoi contadini di Kiev che tu vuoi beneficare.»   
   E il principe Andrej gettò a Pierre un'occhiata ironica e provocatoria. Era evidente che cercava di provocarlo.   
   «Voi scherzate,» disse Pierre, animandosi sempre più. «Quale errore e quale male possono esserci nel fatto che io abbia desiderato (quanto ad attuarlo, l'ho fatto male e troppo poco), che abbia desiderato fare del

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