«Discutiamo pure,» disse il principe Andrej. «Tu parli di scuole,» continuò, e piegava un dito. «Parli di istruzione, eccetera. Cioè vuoi togliere lui,» disse, indicando un contadino che passava davanti a loro levandosi il berretto, «dalla sua condizione d'animale e renderlo consapevole di esigenze morali, mentre a me sembra che l'unica felicità possibile sia la felicità animale: quella, appunto, di cui tu vuoi privarlo. Io lo invidio e tu vuoi farlo diventare come me, ma senza dargliene i mezzi. Inoltre tu ti proponi di alleggerire il loro lavoro. Ma, secondo me, per lui la fatica fisica è una necessità, una condizione della sua esistenza, né più né meno come per me e per te lo è il lavoro mentale. Tu non puoi non pensare. Io vado a dormire dopo le tre di notte, e ancora mi assalgono dei pensieri; non riesco ad addormentarmi, mi giro e mi rigiro e non dormo fino alla mattina a causa di ciò a cui sto pensando. Non posso non pensare, così, come lui non può non arare e non falciare, altrimenti finisce all'osteria oppure si ammala. Come io non sopporterei la sua terribile fatica fisica e ne morrei dopo una settimana, così lui non sopporterebbe il mio ozio fisico, ingrasserebbe e morrebbe. In terzo luogo... che cos'altro avevi detto?» Il principe Andrej piegò un terzo dito. «Ah, sì, gli ospedali, le medicine. Gli viene un colpo d'accidente, sta per morire, tu gli cavi il sangue, lo guarisci. Lui vivrà storpio per una decina d'anni, sarà di peso a tutti. Per lui è molto più comodo e più semplice morire. Altri ne nascono, già così sono tanti. Comprenderei ancora che a te spiacesse d'aver perduto un lavoratore, come appunto lo considero io; ma tu invece vuoi guarirlo proprio per amore verso di lui. Lui, invece, di questo non ha bisogno. E poi, via, che razza di fantasia è questa di credere che la medicina abbia mai saputo guarire qualcuno! Quanto a uccidere, questo, forse, sì!» disse, con espressione corrucciata