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   Quando Nataša uscendo dal salotto aveva preso la rincorsa, era arrivata però solo fino al giardino d'inverno. Qui si era fermata, tendendo l'orecchio alla conversazione del salotto e aspettando che Boris uscisse. Cominciava già a impazientirsi e, pestando il piedino, stava per mettersi a piangere, quando si udirono, né lenti né affrettati, i passi composti del giovanotto. Subito Nataša si nascose, appiattandosi fra le cassette dei fiori.   
   Boris si fermò in mezzo alla stanza, si guardò attorno, ripulì con una mano la manica dell'uniforme e si avvicinò allo specchio, esaminando il suo bel viso. Zitta zitta, Nataša sbirciava dal suo nascondiglio, in attesa di vedere quel che avrebbe fatto Boris. Egli si trattenne per qualche minuto davanti allo specchio, sorrise e si avviò verso la porta d'uscita. Nataša fu sul punto di chiamarlo, ma poi ci ripensò.   
   «Che mi cerchi lui,» pensò. Boris era appena uscito, quando dall'altra porta uscì Sonja col viso in fiamme, mormorando con rabbia qualcosa fra le lacrime. Nataša trattenne l'impulso di correrle incontro e rimase nel suo nascondiglio, come sotto il berretto che rende invisibili, a osservare quel che accade nel mondo. Provava un piacere nuovo e tutto particolare. Sonja, seguitando a mormorare tra sé si volse a guardare verso il salotto. Dalla porta uscì Nikolaj.   
   «Sonja! Che c'è? È mai possibile?» esclamò Nikolaj, correndo accanto a lei.   
   «Niente, niente, lasciatemi!» E Sonja prese a singhiozzare.   
   «No, io lo so che cosa avete.»   
   «Be', se lo sapete, tanto meglio. E adesso andate pure da lei.»   
   «Sooonja! Una parola sola! Vi pare possibile tormentare me e voi per

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