delle pure fantasie?» disse Nikolaj prendendola per una mano.
Sonja non ritirò la mano e smise di piangere.
Immobile, senza fiatare Nataša guardava dal suo nascondiglio con occhi scintillanti. «Che cosa succederà adesso?» pensava.
«Sonja! A me non importa nulla del mondo intero! Tu sola sei tutto per me,» disse Nikolaj. «E te lo dimostrerò.»
«Non mi piace quando dici così.»
«Va bene, non lo dirò più; e tu perdonami, Sonja!» Nikolaj l'attrasse a sé e le diede un bacio.
«Ah, che bello!» pensò Nataša, poi, quando Sonja e Nikolaj uscirono dalla stanza, li seguì e chiamò Boris.
«Boris, venite qui,» disse con aria allusiva e furbesca. «Devo dirvi una cosa. Qui, qui.» E lo condusse nel giardino d'inverno, in quel posto fra le cassette dei fiori dove s'era nascosta. Boris la seguì sorridendo.
«Che cosa sarebbe questa "cosa"?» domandò.
Lei si confuse, si guardò in giro e, vedendo la sua bambola che giaceva abbandonata su una cassetta, la prese in mano.
«Baciate la bambola,» disse.
Con uno sguardo attento Boris affettuoso fissò il visetto eccitato di Nataša e non rispose nulla.
«Non vi va? Allora venite qui,» disse lei e s'inoltrò ancor più fra i fiori posando la bambola. «Più vicino, più vicino!» bisbigliò. Con tutt'e due le mani aveva afferrato l'ufficiale per il risvolto della manica e il suo viso, che era avvampato, aveva assunto un'espressione solenne e impaurita.
«E a me vi va, di darmi un bacio?» bisbigliò con voce appena percettibile, guardandolo dal basso. Sorrideva, ma era sul punto di