dolce di Maša», e si sparpagliavano per i prati e per i campi alla ricerca di questa «radice dolce» che invece era assai amara; la svellevano dal terreno con le sciabole e se ne cibavano nonostante fosse stato dato l'ordine di non mangiarne. Fra i soldati si manifestò allora una malattia nuova: una tumefazione alle mani, ai piedi e alla faccia, di cui i medici supponevano esser causa il consumo della radice di Maša. Nonostante ciò, i soldati dello squadrone di Denisov seguitarono a mangiarne, perché era già la seconda settimana che si misuravano le ultime gallette: ne distribuivano soltanto mezza libbra a testa e le patate dell'ultimo convoglio erano gelate e germogliate.
Già da due settimane anche i cavalli venivano nutriti con la paglia dei tetti delle case; erano di una magrezza spaventosa e ancora ricoperti del pelame invernale che cadeva a ciuffi.
Nonostante questa terribile penuria d'ogni cosa, soldati e ufficiali vivevano come sempre; anche ora, malgrado le facce pallide e gonfie e le uniformi lacere, gli ussari si mettevano in fila per l'appello, si ripulivano, strigliavano i cavalli e lucidavano i finimenti; invece del fieno portavano ai cavalli la paglia tolta dai tetti; si sedevano a mangiare intorno alle marmitte, e si alzavano affamati come prima, scherzando sulla loro fame e sul loro cibo schifoso. Come sempre, nel tempo libero dal servizio, i soldati accendevano falò, si riscaldavano nudi al fuoco, fumavano, sceglievano e cuocevano le patate marce o germogliate, raccontavano e ascoltavano racconti sulle campagne di Potëmkin e di Suvorov o le favole di Alëša il Furfante e di Mikolka il garzone del pope.
Gli ufficiali abitavano come al solito a due o a tre nelle case scoperchiate e semidiroccate. I più anziani badavano a procurare la paglia