e le patate e in genere i mezzi di sostentamento per gli uomini; i più giovani, come sempre, giocavano a carte (soldi ce n'erano molti, sebbene non ci fossero viveri), oppure facevano altri giochi innocenti come la svajka e i birilli. Dell'andamento generale delle cose parlavano poco; in parte perché non sapevano nulla di preciso, in parte per il fatto che percepivano confusamente che nell'insieme la guerra andava male.
Rostov alloggiava, come prima, insieme a Denisov, e i legami d'amicizia erano diventati ancora più stretti dopo la loro licenza. Denisov non parlava mai dei familiari di Rostov, ma, dal tenero affetto che il comandante gli dimostrava, Rostov capiva che l'amore sfortunato del vecchio ussaro per Nataša aveva parte in quel rafforzarsi dell'amicizia. Era chiaro che Denisov faceva di tutto per evitare il più possibile d'esporre Rostov ai pericoli; lo risparmiava e, dopo ogni scaramuccia, lo accoglieva sano e salvo con gioia particolare. Durante una delle sue missioni Rostov, in un villaggio abbandonato e devastato dov'era andato in cerca di viveri, trovò un vecchio polacco e la figlia di costui, con un bambino in fasce. Erano seminudi, affamati, non potevano andarsene a piedi, né avevano modo di farlo con altri mezzi. Rostov li portò con sé, li alloggiò nella sua abitazione e li mantenne per diverse settimane finché il vecchio non si fu ristabilito. Un compagno di Rostov, parlando di donne, cominciò a far dell'ironia sul suo conto, dicendo che lui era stato più furbo di tutti, e che in fondo non sarebbe stato male se avesse fatto conoscere anche ai compagni la bella polacca che aveva salvato. Rostov interpretò quello scherzo come un'offesa; andò in collera e disse all'ufficiale delle cose così sgradevoli, che a stento Denisov poté trattenere entrambi dallo sfidarsi a duello. Quando poi l'ufficiale se ne fu andato e Denisov, che a sua volta non conosceva i rapporti di Rostov