potesse ricomporre il malato e dargli un po' d'acqua.
«Chi bada, qui, ai malati?» domandò all'infermiere.
In quel momento, dalla stanza accanto uscì un soldato delle salmerie che era di servizio all'ospedale, e battendo il passo si mise sull'attenti davanti a Rostov.
«Salute a vostra eccellenza!» gridò il soldato, spalancando gli occhi su Rostov, certo avendolo scambiato per un ufficiale della sanità.
«Toglilo di qui e dagli da bere,» disse Rostov, additando il cosacco.
«Signorsì,» disse il soldato soddisfatto, irrigidendosi e sbarrando gli occhi ancor di più, ma senza muoversi di dov'era.
«No, qui non c'è niente da fare,» pensò Rostov chinando gli occhi, e avrebbe voluto uscire subito, ma alla sua destra sentì uno sguardo puntato su di sé e si voltò. Quasi nell'angolo, un vecchio soldato con il viso magro e severo, giallo come un teschio, la barba grigia non rasata da più giorni, sedeva su un pastrano e guardava Nikolaj con insistenza. Di fianco al vecchio soldato un vicino gli sussurrava qualcosa, indicando Rostov, il quale comprese che il vecchio avrebbe voluto domandargli qualcosa. Gli si accostò e vide che il vecchio aveva una gamba sola piegata sotto di sé; l'altra non c'era, era recisa sopra il ginocchio. All'altro lato del vecchio, che giaceva immobile col viso riverso, alquanto discosto da lui, c'era un giovane soldato, con la faccia camusa, d'un pallore cereo, ricoperta di efelidi, e gli occhi stravolti sotto le palpebre socchiuse. Rostov diede un'occhiata a quel soldato e un brivido gli corse per la schiena.
«Ma questo... questo mi sembra...» disse, rivolto all'infermiere.
«L'abbiamo già detto e ridetto, eccellenza,» disse il vecchio soldato con la mascella inferiore che gli tremava. «È da stamattina che è morto.