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nei reparti della truppa, e avendo visto attorno a sé quegli sguardi invidiosi che l'accompagnavano dai due lati dello stanzone e la faccia di quel giovane soldato dagli occhi stravolti.   
   Denisov dormiva su un letto, con la testa sotto la coperta, sebbene fosse ormai mezzogiorno.   
   «Ah! Vostov! Salve, salve!» si mise a gridare con l'identica voce che aveva quando era al reggimento. Ma Rostov con una stretta al cuore notò che, dietro la disinvoltura e la vivacità che gli erano consuete, nell'espressione del viso, nelle intonazioni e nelle parole di Denisov, traspariva un sentimento nuovo, malvagio ed occulto.   
   Per quanto di modesta entità, la sua ferita non s'era ancora rimarginata, sebbene fossero già trascorse sei settimane da quando era rimasto colpito. La sua faccia presentava quel pallido gonfiore che si notava sul volto di tutti i ricoverati. Ma non fu questo a colpire Rostov, bensì il fatto che Denisov non appariva nemmeno contento di vederlo e gli sorrideva in modo innaturale. Non gli chiese del reggimento, né dell'andamento generale delle cose. Quando Rostov ne parlava, Denisov non gli prestava ascolto. Inoltre Rostov si accorse che Denisov appariva contrariato quando gli veniva ricordato il reggimento e in genere l'altra vita, la vita libera che si svolgeva fuori dell'ospedale. Sembrava che si sforzasse di dimenticarla e mostrasse interesse soltanto per la sua questione coi funzionari dell'approvvigionamento. Quando Rostov gli domandò a che punto fosse la faccenda, subito trasse di sotto il guanciale un documento inviatogli dalla commissione e la minuta della risposta che aveva preparato. Prese a leggere, e tosto si animò, in particolar modo facendo notare a Rostov le cose pungenti che diceva ai suoi nemici. Non appena Denisov cominciò a leggere, i suoi compagni d'ospedale, che avevano

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