circondato Rostov come una persona nuova che veniva dal mondo esterno, un poco alla volta si allontanarono, e dalle loro facce Rostov comprese che quei signori avevano già udito più di una volta l'intera storia, sicché ormai era loro venuta a noia. Soltanto il vicino di letto, un grosso ulano, se ne stava seduto sulla sua branda, fumando la pipa con aria cupa, mentre il piccolo Tušin, mutilato di un braccio, continuava ad ascoltare scuotendo il capo in segno di disapprovazione. A metà lettura l'ulano interruppe Denisov.
«Secondo me,» disse, rivolgendosi a Rostov, «non c'è altro da fare che chieder la grazia all'imperatore. Si dice che adesso verranno accordate grandi ricompense e certo verrà perdonato...»
«Io chiedev la gvazia all'impevatove!» esclamò Denisov con una voce alla quale avrebbe voluto conferire l'energia e l'ardore di un tempo, ma nella quale risuonava solo un'irritazione impotente. «E pev che cosa? Se fossi un bvigante chiedevei la gvazia, ma io vado sotto pvocesso pevché ho smaschevato i bviganti. Che mi pvocessino puve, io non ho pauva di nessuno; ho sevvito onestamente la patvia e l'impevatove, non ho vubato! E degvadave me e... Senti, io glielo scvivo apevtamente, ecco come gli scvivo: "Se fossi uno che vuba al govevno..."»
«È scritto molto bene, niente da dire,» disse Tušin. «Ma non si tratta di questo, Vasilij Dmitriè,» e anche egli si rivolse a Rostov, «bisogna assoggettarsi, ma Vasilij Dmitriè non vuole. Eppure l'auditore ve lo ha detto che per voi le cose si mettono male.»
«E lascia che vadano male,» disse Denisov.
«L'auditore vi ha scritto la supplica,» proseguì Tušin, «ora bisogna firmarla e poi inoltrarla per suo mezzo. Senza dubbio lui (e indicò Rostov) ha uno zampino anche nello stato maggiore. Non potreste trovare