disse, «non sarei nemmeno venuto, ma ho una faccenda da sbrigare...» disse freddamente.
«Non è questo. Soltanto sono sorpreso che tu abbia potuto lasciare il reggimento. Dans un moment je suis à vous,» disse poi, rivolto a una voce che lo chiamava.
«Vedo proprio che sono inopportuno,» ripeté Rostov.
L'espressione di disappunto era già scomparsa dal volto di Boris; evidentemente, aveva riflettuto e deciso che cosa dovesse fare. Con aria tranquilla afferrò Rostov per tutt'e due le mani e lo condusse nella stanza attigua. I suoi occhi, che guardavano Rostov con espressione calma e seria, apparivano come velati da qualcosa; era come se uno schermo, gli occhiali blu delle convenzioni sociali, li appannasse. Questa, almeno, fu l'impressione di Rostov.
«Ma ti prego, tu non sei mai inopportuno,» replicò Boris.
Portò Nikolaj nella stanza dove un tavolo era apparecchiato per la cena, lo presentò agli ospiti, facendone il nome e spiegando che non era un borghese, ma un ufficiale degli ussari, un suo vecchio amico.
«Il conte Dzilinski, le comte N.N., le capitaine S.S.,» diceva, designando per nome gli ospiti. Rostov guardava i francesi accigliato, s'inchinava di malavoglia e taceva.
Dzilinski, chiaramente, non era soddisfatto di quella nuova faccia unitasi al gruppo e non disse nulla a Rostov. Boris invece pareva non accorgersi dell'imbarazzo causato dal nuovo venuto e si sforzava di tener viva la conversazione con la stessa piacevole tranquillità e gli stessi occhi velati coi quali aveva accolto Rostov. Con l'abituale cortesia del suo popolo uno dei francesi si rivolse a Rostov che taceva ostinatamente, e gli disse che supponeva fosse venuto anche lui a Tilsit per vedere