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l'imperatore.   
   «No, sono venuto per una faccenda che devo sbrigare,» rispose laconicamente Rostov.   
   Dal momento in cui aveva notato l'espressione di disappunto sulla faccia di Boris era diventato di pessimo umore e, come succede sempre alle persone di cattivo umore, gli sembrava che tutti lo guardassero con ostilità e di esser d'impaccio a tutti. E tale, in effetti, era, tanto che egli solo restava al di fuori della conversazione generale che ora si era di nuovo avviata. «Ma perché se ne sta qui?» dicevano gli sguardi dei commensali. A un certo punto si alzò, avvicinandosi a Boris.   
   «Io vi sto dando fastidio,» gli disse a bassa voce, «andiamo un momento di là a parlare della mia faccenda e poi me ne vado.»   
   «Ma no, affatto,» rispose Boris. «Però, se sei stanco, andiamo in camera mia, così potrai sdraiarti e riposare.»   
   «Sì, infatti...»   
   Entrarono nella piccola camera dove dormiva Boris. Senza nemmeno sedersi, Rostov prese subito a raccontargli la faccenda di Denisov. Parlava con voce irritata, come se Boris fosse in qualche modo colpevole nei suoi confronti; gli domandò se potesse intercedere presso l'imperatore a favore di Denisov per il tramite del suo comandante, e per suo mezzo far pervenire la supplica. Quando erano rimasti a tu per tu, Rostov si era convinto senza possibilità di errore che guardando Boris negli occhi provava un senso di disagio. Boris, con le gambe accavallate accarezzava con la mano sinistra le sottili dita della destra, e intanto ascoltava Nikolaj come un generale ascolta il rapporto di un subordinato, ora guardando di lato, ora, sempre con quegli stessi occhi velati, fissando negli occhi Rostov. E ogni volta Rostov riprovava lo stesso disagio e

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