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rivolse ad Alessandro, come se sapesse che la croce non poteva che restare attaccata al petto di Lazarev. E in effetti la croce vi restò attaccata.   
   Mani servizievoli, russe e francesi, afferrarono immediatamente la croce e la fissarono al petto di Lazarev. Questi diede un'occhiata cupa al piccolo uomo dalle mani bianche che gli aveva fatto qualcosa e, continuando a tenersi immobile sul presentatarm, riprese a fissare negli occhi l'imperatore Alessandro, come a domandargli se dovesse continuare a starsene lì fermo o se adesso, per caso, non gli avrebbero ordinato di andarsene o, chissà?, di fare qualche altra cosa. Ma nessuno gli ordinava alcunché, ed egli rimase abbastanza a lungo in quella posizione immobile.   
   Gli imperatori risalirono a cavallo e si allontanarono.   
   Gli uomini del Preobraženskij ruppero le file, si mischiarono ai soldati francesi della guardia e sedettero alle tavole imbandite per loro.   
   A Lazarev fu dato un posto d'onore; veniva abbracciato, felicitato, ufficiali russi e francesi gli stringevano la mano. Folle di ufficiali e di popolo si accostavano soltanto per vedere Lazarev. Sulla piazza, intorno alle tavole, si librava uno strepito di risate e di conversazioni in russo e in francese. Due ufficiali dal volto acceso, allegri e felici, passarono davanti a Rostov.   
   «Hai visto che trattamento? Posate d'argento per tutti,» disse uno. «Hai visto Lazarev?»   
   «Sì.»   
   «Dicono che domani, a loro volta, quelli del Preobraženskij offriranno un pranzo.»   
   «Ma che fortuna, quel Lazarev! Milleduccento franchi di pensione a vita.»   

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