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   «Questo sì che è un cappello, ragazzi!» gridò uno del Preobraženskij, calzandosi il colbacco di pelo d'orso del francese.   
   «Come ti sta bene! Una meraviglia, un incanto!»   
   «Hai sentito la parola d'ordine?» disse un ufficiale della guardia a un altro. «L'altro ieri era "Napoléon, France, bravoure", ieri, "Alexandre, Russie, grandeur"; un giorno la decide il nostro imperatore, un altro giorno Napoleone. Domani l'imperatore manderà la Croce di San Giorgio al soldato più valoroso della guardia francese. Non può farne a meno, deve replicare allo stesso modo!»   
   Anche Boris, con l'amico Dzilinski venne a vedere il banchetto offerto agli uomini del Preobraženskij. Tornando indietro, egli si accorse di Rostov, che stava fermo a una cantonata.   
   «Rostov! Buon giorno, non ci siamo neppure visti,» gli disse, e non potè trattenersi dal chiedergli che cosa avesse, dal momento che Rostov appariva stranamente cupo, sconvolto.   
   «Niente, niente,» rispose Rostov.   
   «Passi da me?»   
   «Sì, passerò.»   
   Rostov rimase a lungo fermo alla cantonata, osservando il banchetto di lontano. Nella sua mente si operava un tormentoso lavorio che egli non riusciva in alcun modo a portare a compimento. Dubbi sconvolgenti gli sorgevano nell'intimo. Ora gli tornava alla mente Denisov, con la sua docilità, la sua espressione così mutata, e tutto quell'ospedale pieno di braccia e di gambe amputate, di sudiciume e di malattia. Aveva così viva, in quel momento, l'impressione di sentire quel fetore di carne putrescente, che si guardava attorno per capire di dove potesse giungere un odore simile. Ora, invece, gli veniva fatto di pensare a quel

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